A canto al focolar molce con lungo Sonnifero stridor l’ombra notturna; E Filomena nella siepe ascosa 510Va iterando le sue dolci querele[1]. In quel silenzio universale anch’essa Adagiossi la dea vinta dal sonno, Che dopo il lagrimar sempre sugli occhi Dolcissimo discende, e la sua verga 515Le pupille celesti anco sommette[2]. Quando il gran padre degli dei, che udito Dell’amica dolente il pianto avea, A lei tacito venne; e, poi che stette Del letto alquanto su la sponda assiso, 520Di quel volto sí caro addormentato La beltà contemplando, alfin la mano Leggermente le scosse, e nell’orecchio Bisbigliando soave: O mia diletta, Svégliati, disse, svégliati; son io 525Che ti chiamo; son Giove. A questa voce Il sonno l’abbandona; apre le luci, E stupefatta si ritrova in braccio Del gran figliuolo di Saturno. Ed egli Riconfortala in pria con un sorriso, 530Che di dolcezza avría spetrati i monti[3] Ed acchetato il mar quando è in fortuna; Poscia in tal modo a ragionar le prese: Calma il duolo, Feronia: immoti e saldi Stanno i tuoi fati e le promesse mie[4]; 535Né ingannator son io, né si cancella Mai sillaba di Giove[5]. Ma profonde Sono le vie del mio pensiero, e aperta A me solo de’ fati è la cortina. Non lagrimar sul tuo perduto impero: 540Tempo verrà che largamente reso Tel vedrai, non temerne, e i muti altari E le cittadi e i campi e le pianure Dai ruderi e dall’onde e dalla polve
↑509. E Filomena ecc.: cfr. la nota al v. 67, p. 211.
↑514. e la sua verga ecc.: Perciò Omero (Iliad. XIV, 284: trad. M.) chiama il sonno «re de’ mortali e degli dei».
↑530. Che di dolcezza ecc.: «Cosí Virgilio (En. I, 254): Olli subridens hominum sator atque deorum Voltu quo coelum tempestatesque serenat Oscula libavit natae. E prima di lui Ennio: Iuppiter hic risit, tempestatesque serenae Riserunt omnes risu Iovis omnipotentis». Mt.
↑533. Calma ecc.: Virgilio En. I, 257: Parce metu, Cytherea; manent immota tuorum Fata tibi.