Pagina:Polidori - Il Vampiro, Mattiuzzi, 1831.djvu/26

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ze dell’antica gloria di quella classica terra. Albergava sotto l’istesso tetto una creatura sì amabile ed avvenente, che avrebbe potuto servire di modello al pittore desideroso di effigiare la felicità che è promessa a’ credenti nel paradiso di Maometto; se non che i suoi sguardi brillavano d’un cotal fuoco che mai non avrebbe potuto credersi appartenessero ad un ente mortale.

Com’essa danzava sulla pianura, o saliva il fianco di un amena collina la gazzella non avrebbe potuto reggere al confronto della sua beltà. E chi mai non avrebbe preferito il suo sguardo, che sembrava dipinto di un raggio celeste, all’occhio languido e lascivo di quell’animale atto solo ad allettare i sensi d’un molle epicureo? I lievi passi di Jante sovente accompagnavano Aubrey allorchè correva in traccia di antichità, e sovente l’incauta fanciulla inseguendo le dorate farfalle nuotanti nell’aria, disvelava tutta la venustà delle sue forme allo sguardo cupido di lui, che obbliava le lettere poco prima decifrate sopra una logora pietra per contemplare quelle angeliche sembianze: sovente le sue treccie sciolte in anella ondeggianti, e percosse dai raggi del sole riflettevano i più brillanti colori, e le tinte