Pagina:Pontano - L'Asino e il Caronte, Carabba, 1918.djvu/127

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Merc. — La pace la vogliono a parole, ma nei fatti vogliono la guerra.

Min. — E per qual ragione?

Merc. — Per ampliare il proprio regno.

Min. — Sempre per avarizia, dunque!

Merc. — Sempre: che in essi è tanta, quanta non si potrà mai dire.

Min. — E gli altri Stati d’Italia non si uniscono per difendere la propria libertà?

Merc. — Libertà di nome c’è in esse; in realtà non c’è che tirannide, e ognuno cerca di profittare più che può del potere. Ogni giorno perciò vi sono proscrizioni di cittadini; e vi si vive non secondo ragione e prudenza, ma secondo vogliono l’interesse e i partiti.

Min. — Libertà destinata a perir presto! Questo nelle repubbliche; ma i re?

Merc. — I re sono stranamente nemici fra loro; e siccome non pensano che a godere il presente, senza provvedere al futuro, non s’accorgono che fra poco essi e le loro città cadranno in potestà di stranieri. Vanitosi e corrotti, non san concepire nulla che sia degno di principi e di cittadini italiani.

Min. — Proprio è morta ogni Romana virtù! E quantunque io sono nato greco, pure, se considero che nessun’altra nazione ebbe cittadini più forti e più giusti dei Romani, e che meglio di essi abbiano formulato le regole del buon vivere sociale, mi fa male al cuore pensando che ormai non Roma soltanto ma l’Italia tutta è vuota di uomini di vero valore.

Merc. — Raramente discende per li rami l’umana virtù: gli altri beni si possono lasciare per testamento, ma la virtù non si eredita; e come il sole si leva al mattino e la sera tramonta, così avviene