Pagina:Pontano - L'Asino e il Caronte, Carabba, 1918.djvu/129

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
122 pontano


Merc. — Potete anche pensare quanto sia breve il tratto dalla Macedonia e dall’Epiro alle Puglie o nella Calabria, e quanto sia facile passare dalla Dalmazia nel Veneto: ora voi dovete sapere che tutti quei paesi sono già in possesso dei Turchi, e che da pochi giorni si sono spinti anche nella Liburnia e nella Croazia.

Eaco. — ... Certo, grave pericolo è questo; ma peggio è — se dobbiamo guardare al passato — quello che ha minacciato sempre l’Italia da parte dei Galli e dei Germani.

Merc. — L’avvenire è nel grembo di Giove, e a me non sta svelare il futuro.

Eaco. — Per questo, forse abbiamo ragionato anche troppo delle sorti del mondo; se Dio governa ogni cosa con la sua Provvidenza, lasciamo fare a lui ch’è Buon Vecchio...

Min. — Giustissimo. E per questo, giacchè vedo là Caronte partito con la sua barca ben carica, affrettiamoci anche noi verso il nostro collega...

Merc. — Andate; chè un gran da fare vi si prepara. E sappiate che non solamente i portenti del cielo e il corso delle comete annunziano grandi rovine, ma anche molti altri presagi dalle acque e dalla terra e dall’atmosfera. Andate: io sto qui ad aspettare Caronte.


Scena IX.


Mercurio; poi Pedano, Teano e Menicello grammatici.


Merc. — Quella barca è troppo carica e il remo stenta a muoverla. Sono in troppi ad aver fretta; non ricordano il proverbio «chi ha fretta arriva tardi». Ma che ombra è codesta, che svolazza così sola? Ohi tu! ombra di chi?