Pagina:Pontano - L'Asino e il Caronte, Carabba, 1918.djvu/96

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il caronte 89


Car. — Ma tu che sei stato uomo e che hai regnato a lungo in Creta, tu lo sai donde provenga tanta malvagità degli uomini?

Min. — Di ciò fra poco. Ora considera prima una cosa, che varrà a mostrartela meglio, questa loro malvagità.

Car. — Parla, chè t’ascolto.

Min. — Odi che abbominazione! So che anche agli uomini ora sembra cosa abbominevole, che il Cristo sia stato crudelmente fatto morire da quegli stessi uomini coi quali aveva vissuto innocente per tanti anni, e ai quali aveva impartito i suoi insegnamenti; mentre noi, e queste turbe di anime che non lo conoscevano affatto, subito a prima vista lo venerammo e lo adorammo.

Car. — Non ne so capir la ragione.

Min. — La capirai se pensi alla filosofia; poichè chi vuol filosofare, deve avere anche buona memoria. Ti ricordi di quel giorno, memorabile nel regno dei Mani, in cui fu chiamato al nostro giudizio quello Stagirita che si faceva chiamare il Peripatetico? L’accusa era che fosse stato ingiusto ed ingrato verso il suo maestro. E lui, per difendersi, comincia a fare una dissertazione...

Eaco. — Lo ricordo bene...

Min. — ... che la natura dell’uomo è duplice: l’una razionale, l’altra priva di ragione. E che questa parte priva di ragione era duplice anch’essa: l’una del tutto opposta alla ragione, l’altra che alla ragione si avvicina e le obbedisce. Che perciò le passioni violente e gli appetiti disordinati e incapaci di freno solevano abbattere talmente quella parte che obbediva alla ragione, che questa non poteva dar nessun aiuto a mantenersi nella famosa via di mezzo: e di qui nascevano i vizi, le sedizioni, le guerre e gli altri malanni che si