Pagina:Praga - Memorie del presbiterio.djvu/132

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 122 —

stricabile, un pertugio misterioso, un sentiero che non meni a nulla, bisogna che mi ci cacci dentro.

Però mi lasciai andare giù per lo scheggiato in fondo allo speco dalla cascata.

L’acqua lascia in disparte alcune tese di terreno coperto di muschio fitto e finissimo.

Appena l’occhio si fu avvezzo a quella penombra mi accorsi che non ero solo.

Un giovine chierico seduto in terra col dosso appoggiato ad un masso dormiva.

Era l’abatino da me veduto il giorno prima, il nipote di Mansueta, quello che la moglie dello speziale aveva ricordato.

Me gli appressai da tergo senza far rumore: teneva un libro sulle ginocchia.

Mi chinai, lo presi: erano le Confessioni di Rousseau: aperte al punto in cui... insomma a quel tal punto... la pagina gualcita mostrava d’essere stata letta più volte.

Il viso del giovinetto, arrovesciato fra due sporgenze del masso sorrideva nel sonno come d’una deliziosa visione; la fronte pallidetta gocciolava di sudore.

Volli riporre il libro, ma questa volta, egli si destò. Si rizzò confuso e arrossì come una fanciulla.

— Vi diverte? gli chiesi indicando maliziosamente il libro che egli si sforzava di nascondere nella tasca.

Chinò la testa; divampò addirittura.

— Sembra, soggiunsi io nello stesso tono, che quella di fare il prete non sia in voi la vocazione più spiegata.

— Evvia, ripresi poi, mosso a compassione del suo turbamento, vi fo paura? Non abbiamo forse la