Pagina:Praga - Memorie del presbiterio.djvu/49

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VIII.


Pochi momenti dopo, la voce del sindaco e del farmacista risuonava dietro il muro del giardino parrocchiale, in cui dopo la messa, mi ero venuto a sedere per liberarmi alquanto i polmoni dall’afa dell’incenso.

Il sindaco diceva:

— Vado a casa a prendere un libro dove si prova, come due e due fanno quattro, che la terra della carbonaia era del Comune e deve ritornare al Comune. Ci dò un’occhiata ancora, mentre voi pranzate e in quattro salti sono qui. Siamo intesi?

— Intesi? Di che? Oh! io non c’entro, io! Ne ho abbastanza delle noie della farmacia, perchè cacci le mani negli impiastri degli altri. Me le lavo io, le mani, quando esco dalla bottega....

— Ma non mi prometteste di venir a pranzo domani?

— Questo è un altro paio di maniche, e ci verrò senza dubbio, a pranzo. Anzi, dite pure a Brigida che, o manzo o vitello o pollo che sia, aspetti me per mettere al fuoco. Vi farò, caro sindaco, un piatticello...

— Allora ordinerò di uccidere un pollo.

— Un’anitra varrebbe meglio.

— Vada per l’anitra.

— Giovincellina... se è possibile.....

— Faremo una scorpacciata, e poi vi dirò che razza di curato.....

— Tacete!... A quattrocchi si può emettere un parere; ma qui, in mezzo alla strada, sulla sua porta...