Pagina:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu/110

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Altre stelle vedremo, altri lidi,
qua lasciando uno stuol numerato,
380scudo a noi, d’animosi e di fidi;
che le tempia all’iniquo peccato
solcherá con le cifre dell’ira,
e il dolor ci fará vendicato.
Dolce musa, per Paure s’aggira
385dell’Arabia un augel, che si pasce
negli odor della mistica pira.
Poi, combusto dall’orride fasce
del roveto, piú bello e raggiante
dal suo cenere mesto rinasce.
390Musa mia, questo afflitto esulante
muore anch’egli; ma tu, mia cortese,
non turbar le pupille tue sante
Nacque anch’ei nell’arcano paese,
dove è dato alla spoglia che muore
395vendicar della morte le offese.
Oggi passa in silenzio il mio cuore;
ma dimani il Signor lo risveglia,
perché giusto coi giusti è il Signore.
Tu frattanto dèi compier la veglia
400al defunto, che in cento, che in mille,
di qua lunge, orizzonti si speglia,
per recar nelle consce pupille
tali sguardi e sul labbro tai cose,
che ai codardi sien folgori e squille.
405Mentre te di ligustri e di rose
cingerò con le man rinnovate,
come il crin delle donne amorose.
E, in baciar le mie labbra rosate,
sentirai coinè pregne di cielo
410son le spoglie alla morte involate.
E tu allor nel tuo candido velo
sorgerai solitaria e gentile;
e, al tuo canto, dai vepri e dal gelo