Pagina:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu/60

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essi un urlo mettendo, egli un sorriso,
lo raccolser morente.
— Addio... mia Cora!...
795Addio. Mi nuoti... negli stanchi lumi.
Deh! Cora mia... con questi orrendi pianti,
deh! se mi amasti, non turbar l’occaso
degli anni miei... si bello! —
E qui si spense.
Lungo un plorato lo segui alla negra
800ripa d’Averno, dove giunto egli era,
ombra consorte, nel divino amplesso
di quel di Sparta.
I disperati gridi
di Cora ogn’eco delle patrie case
rompeano; e Cora sulla inerte spoglia
805poi cadea, delirando. E supplicava
i parenti e gli dèi che alle promesse
nozze il crin le fiorissero, e dei veli
del funebre imeneo tutta a coprirla
venisse Morte.
— O mio Leucippo! Il sole
810m’è in odio e il mondo. Vincitor felici!
poi ch’egli è spento, che mi giova il suono
delle vostre battaglie e le domate
genti e i trofei? Da ineccitabil notte
questi lumi son chiusi. Ecco l’amara
815parte che m’è rimasa. O mio Leucippo,
perché lasciarmi? E tu, fatai Tatuante,
perché narrar quei casi? Ed io, di tutti
piú fatale a me stessa, ond’è che al duolo
non so morir?...
— Non sollevarti, o figlia,
820contra la legge degli dèi! — con mesta
severitá lelón proruppe. — Il fato
d’altre infelici è piú crudel del tuo.
Quante barbare donne oggi la benda