Pagina:Pulci - Morgante maggiore I.pdf/389

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370 il morgante maggiore.

104 Poi disse al conte Orlando: Assai mi duole
     De’ denti e dell’onor ch’i’ ho perduto;
     Pur sempre la sua fè servar si vuole:
     Comanda ciò che vuoi, ch’egli è dovuto.
     Rispose Orlando: E’ basta due parole:
     Ch’al re Falcon mai più chiegga il tributo;
     Ed ogni volta che tu mangerai,
     Della promessa ti ricorderai.

105 E vo’ che tu ti facci medicare,
     Prima che tu ritorni a Salincorno,
     E statti qualche dì qui a riposare.
     Così Dombrun si posava alcun giorno:
     Alcuna volta che volea mangiare,
     Dicieno i servi che stavan dintorno:
     Che farebb’ei co’ denti che gli manca?
     Di Gramolazzo mangierebbe l’anca.

106 Poi nel partir lasciò la fede pegno,
     Ch’al re Falcon mai più, come soleva,
     Darebbe oppression; ch’aveva il segno,
     Come coll’arme perduto lui avea
     Il gran tributo, e tornossi al suo regno.
     Il re Falcon contento rimaneva,
     E ringraziar non si saziava Orlando,
     Dicendo ch’ogni cosa è al suo comando.

107 Giunto Dombrun dove la rena aggira
     Al vento, e come il mar tempesta mena,
     Raccontò tutto, e molto ne sospira,
     A Salincorno, che n’ebbe gran pena;
     E fatto è scilinguato, e con molt’ira
     Diceva: A desinar sempre ed a cena
     Ricorderommi di quel c’ho perduto;
     Andrai tu, Salincorno, pel tributo.

108 Rispose Salicorno: Io v’andrò certo,
     A dispetto del cielo e di Macone;
     Chi è quel cavalier che t’ha diserto?
     Non debbe esser di corte di Falcone.
     Disse Dombruno: E’ non va pel deserto
     Di Barberia sì possente lione,
     Nè leofanti, o per Libia serpenti,
     Che non traessi a lor come a me i denti.