Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/398

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canto ventesimosettimo. 395

247 Or chi volessi la città meschina
     In fuoco e in preda assimigliar la notte,
     Imaginar conviensi una fucina
     Giù nell’Inferno in le più scure grotte:
     Ognuno avea una rabbia canina,
     Che il sangue parea zuccher di tre cotte:24
     O giustizia di Dio, tu eri appresso,
     Tu se’ pur giusto, e in Ciel tu se’ pur desso.

248 Credo, Turpin con le sue mani uccise
     Dugento o più, a non parer bugiardo;
     Non domandar se nel sangue s’intrise:
     E’ parea più rubizzo e più gagliardo,
     Che que’ ch’avean le schiappe e le divise;
     Come se fussi la notte col cardo
     Renduto il pelo alla sua giovinezza,
     Perchè tener non si potea in cavezza.

249 In questo tempo la reina Blanda
     Era con Luciana strascinata:
     Ella non ha più d’oro la grillanda,
     Ell’era dalla furia traportata;
     Ella gridava, ella si raccomanda
     Ch’almen come reina sia ammazzata,
     E che non era in questo modo onore
     D’un tanto degno e magno imperatore.

250 E pareva la furia di Ericonne,
     Per modo eran le chiome scompigliate;
     I drappi ricchi, e le purporee gonne
     Eran tutte per terra scalpitate:25
     O infortunata più che l’altre donne,
     Venuta al fin d’ogni calamitate;
     Tanto ch’io credo questo esemplo basta
     Dell’antica miseria di Jocasta.26

251 Rinaldo già nel palazzo era entrato,
     E quando e’ vide Luciana bella,
     Come Corebo27 parve infuriato
     Per Cassandra, la notte, meschinella,
     E comandò ch’ognun fussi scostato,
     Tanto che porse la sua mano a quella,
     E liberolla da sì stretta furia;
     E non sofferse gli sia fatto ingiuria.