Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/418

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canto ventesimottavo. 415

52 E per Delo, e per Delfo, e pel tuo Cinto
     Ti priego che tu temperi la lira,
     Per la tua bella Danne e per Jacinto,
     E quel furor, che sentì già, respira,
     Ismaro, e Cirra, Pindo ed Aracinto;
     Tanto che quel temerario Tamira
     E Marsia invidia abbia alla cetra nostra,
     Mentre che Carlo ancor vivo si mostra.

53 In Aquisgrana un certo citarista
     Era in quel tempo, Lattanzio7 appellato,
     Molto gentil, molto famoso artista:
     Per la qual cosa in alto fu montato,
     Raccolto molte cose in una lista,
     Della vita di Carlo ammaestrato;
     E innanzi ad Alcuin cantando disse
     Ciò che Turpino ed Ormanno già scrisse.

54 E cominciossi a Carlo giovinetto,
     Come già sendo del regno cacciato,
     Morto Pipino il padre, poveretto,
     Con un pastore ha l’abito scambiato;
     E come e’ fu chiamato il Mainetto
     In corte, ove Galafro l’ha accettato:
     E come e’ fussi a lui menato, e quando
     Da un suo balio chiamato Morando.

55 E come Gallerana innamorata,
     Dopo alcun tempo a lui si fece sposa,
     E come in Francia l’aveva menata;
     Poi dimostrò la sua virtù nascosa
     Quando egli ebbe la patria racquistata,
     E la corona in testa gloriosa:
     Perchè Pipino il suo padre fu morto
     Da Oldorigi a tradimento a torto.

56 E come, essendo in Italia venuto,
     Con molta gente il mar passò Agolante,
     Per un buffone al quale ebbe creduto;
     E disse le battaglie tutte quante:
     E come Carlo da Almonte abbattuto,
     Orlando, che anco era un piccol fante,
     Uccise finalmente questo Almonte
     Con un troncon di lancia a una fonte.