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sangue greco quello che scorre nelle vene de’ suoi abitatori, e dai Greci ripetono la grazia e la dolcezza che li rendono accetti allo straniero, che danno aspetto di un idillio alle loro nude roccie, e che fanno dimenticare perfino quel demone che fu Tiberio.

A quell’epoca i Greci costrussero nell’isola tempi, dei quali rimangono più vestigia, e si disse che la gioventù di Capri fosse valentissima nei ludi ginnastici, che si praticavano nella palestra greca. Apparteneva allora alla città greca di Napoli. Augusto s’innamorò di Capri. Diede ai Napolitani l’isola fiorita d’Ischia, e prese possesso dello scoglio di classico aspetto di Capri. Narrasi che sbarcando per la prima volta sulla spiaggia di questa, gli si annunciasse quale felice presagio, che un vecchio elce dissecato, avesse preso tutto ad un tratto a rinverdire, e che l’imperatore ne avesse provato cotanto piacere, da decidersi al cambio dell’isola.

Augusto, allorquando per gli anni gli venne meno la salute, soleva recarsi a respirare l’aria pura della Campania. Quella tutta balsamica della fresca isola, la rara bellezza di forme delle sue rupi, il carattere tutto greco degli abitanti, gli andarono a genio; si fece costrurre a Capri una villa, e giardini. Sorgeva quella secondo le ricerche degli antiquari in quel punto dove sussistono attualmente i ruderi grandiosi della villa di Giove, ai quali il popolo dà di preferenza nome di villa di Tiberio. La località è stupenda. Collocata al punto più elevato della spiaggia orientale, vi si gode la vista dei due golfi, e dell’ampio mare di Sicilia. Se non chè i ricordi spaventosi di Tiberio hanno spento nell’isola la memoria di Augusto, e non si sa più nè dove abbia questi fabbricate, nè dove sia stato, nè che cosa vi abbia fatto.

Fu senza dubbio ne’ suoi ultimi anni che suoleva portarsi a Capri. Poco tempo prima di morire vi passò quattro giorni in compagnia di Tiberio, e dell’astronomo Trasillo dedicandosi tutto al riposo, e di ottimo umore secondo quanto narra Suetonio. «Allorquando approdò nel golfo di