Pagina:Ricordi storici e pittorici d'Italia.djvu/267

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cipitò dalle finestre, e saccheggiò tutto il convento. Questo fatto ebbe serie conseguenze; imperocchè fin dal 15 gennaio 1455 Calisto III ridusse la badia di Subiaco a commenda cardinalizia, e stabilì che quel ricco istituto dovesse essere retto quindinnanzi da un cardinale col titolo di abate. Lo assegnò al dotto spagnuolo Giovanni Torquemada, cardinale di S. Maria in Trastevere, ordinandogli riformare la costituzione dell’abazia, non che di tutti i castelli che ne dipendevano. Promulgò questi uno statuto, che ogni novello abate doveva giurare davanti alla comunità dei monaci, prima di entrare in carica, e prima che i vassalli della badia gli avessero a prestare giuramento di fedeltà. A questo primo cardinale abate, ed al monastero di Subiaco appartiene la gloria di avere dato alla luce il primo libro stampato in Italia. I due sommi tipografi Corrado Schwenheim, ed Arnoldo Pannartz prima d’impiantare la loro stamperia in Roma nel palazzo Massimi, dove pubblicarono il Virgilio, trovarono generosa ospitalità nella badia dei Benedettini di Subiaco. Ultimarono ivi nel dì 30 ottobre del 1465 la stampa delle Istituzioni di Lattanzio, e nel 1467 vi pubblicarono l’opera di S. Agostino De Civitate Dei. La biblioteca del monastero di S. Scolastica conserva oggidì tuttora quei due bei monumenti della signoria dei monaci, i quali fanno ad un tempo onore alla nostra patria germanica.

Il dotto protettore delle lettere Torquemada, cessò di vivere in Roma nel 1467. Suo successore fu parimenti uno spagnuolo, il famigerato Rodrigo Borgia, diventato più tardi Alessandro VI. Narrasi che durante la sua temporaria residenza in Subiaco, nella qualità di cardinale abate, abbia superato in dissolutezza i suoi predecessori. Abitava il palazzo del castello, e nel percorrere oggi quelle sale e quei quartieri, l’imaginazione si porta naturalmente a rappresentarseli popolate dalla società voluttuosa di Roma a quei tempi, evocando le ombre di Alessandro, di Cesare e di Lugrezia Borgia, non che dell’infelice giovanetto che fu di poi duca di Candia. Quell’appartata e severa dimora