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il concetto di specie in biologia 263

l’importanza di quell’opera e la fece servire di fondamento alla sua dottrina della selezione naturale.

Se il Darwin sbagliò, non fu già nel tentativo di parificare l’opera della natura con quella dell’uomo, ma nella falsa interpretazione dell’azione della selezione artificiale. Ma questo errore era forse inevitabile dato lo stato delle conoscenze che si avevano ai suoi tempi intorno alle leggi della variazione.

Fu l’analisi di queste leggi, fatta col metodo rigoroso introdotto dall’Antropometria, che precisò il concetto di variabilità e al tempo stesso permise al Heincke, come vedemmo, di determinare quello dei piccoli gruppi naturali (le specie elementari del de Vries).

A questo metodo analitico comparativo il de Vries ha aggiunto l’analisi sperimentale, che gli ha permesso di servirsi del fenomeno della mutazione per stabilire un criterio sicuro per distinguere le specie elementari dalle varietà: criterio che finora mancava alla scienza.

La prova sperimentale della chimica fisiologica viene dal canto suo, per altre vie, a portare il suo contributo al problema della specie e delle affinità fra gli esseri viventi in generale.

E da questi tre ordini di fatti mi par che saltino fuori nuovi argomenti e molto più validi, a favore della tanto discussa realtà della specie, realtà di carattere, io credo, essenzialmente non diverso da quella dell’individuo e da quella di un qualsiasi altro gruppo naturale1. Sbaglierebbe chi cre-

  1. Nel suo lavoro sulla Peneroplis il Dreyer dall’esame della variabilità dei gusci di questa Foraminifera è condotto a negare l’esistenza di forme specifiche. Egli ha esaminati 25000 esemplari di quella «specie», trovandovi forme diversissime collegate fra di loro in maniera da formare serie ininterrotte di graduali insensibili passaggi fra due forme estreme. Prescindendo dalla considerazione, che questo solo esempio, tratto da un Rizopodo, da un essere, per sua natura soggetto a una grande variabilità, non aiuta a demolire i fatti che ci presentano la enorme quantità di piante e animali a forme specifiche costanti; io trovo le conclusioni del Dreyer discutibili anche nel caso della Peneroplis pertusus da lui esaminato. Il Dreyer non ci dice quale sia la frequenza di certe forme rispetto a certe altre; egli non sembra essersi punto preoccupato della necessità dell’applicazione del metodo statistico, che qui era, a mio credere, assolutamente indispensabile per conoscere le leggi di questa variabilità; egli non discute poi i casi anomali da rigettarsi. È vero, come dice il Dreyer, che i fatti teratologici e patologici rientrano anche nelle leggi naturali e