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tempo». Fa una breve esposizione del problema in forma letteraria. ed affaccia quindi la veduta che l’origine della nozione del tempo sia da ricercare nei fenomeni irreversibili, perchè a suo avviso soltanto l’accrescimento dell’entropia in un senso determinato può render conto della circostanza che la variabile «tempo» procede del pari in un senso determinato.

A noi sembra che il problema sia in tal modo mal posto. Per rendersene conto busta pensare ad uno spettatore collocato in un mondo ipotetico ove accadano soltanto fenomeni reversibili, per esempio movimenti planetari conformi alla legge di Newton. È chiaro che quegli acquisterà ugualmente la nozione di un tempo variabile in un verso determinato; tutt’al più, se l’aspetto dei fenomeni si riproducesse periodicamente (il che non è affatto una conseguenza della supposta reversibilità), si avrebbe un tempo figurato da una ente ad una dimensione chiuso, invece che aperto.

Nel secondo fascicolo (febbraio), Mario Calderoni discorre de «La previsione nella teoria della conoscenza», esponendo la definizione della realtà che discende dalla interpretazione positiva dell’idealismo di Berkeley. Egli si arresta in particolare a quella più precisa definizione che consiste nel ritenere l’esistenza obiettiva come implicante delle sensazioni che susseguano invariabilmente a condizioni volontariamente disposte. A questa veduta giunge l’analisi logica di Enriques nel cap. II dei suoi «Problemi della Scienza», procedendo dallo studio dei mezzi che abitualmente adoperiamo per riconoscere i sogni, le illusioni dei sensi e le allucinazioni. Il Calderoni ritrova una veduta simile in un libro di G. Pikler (Psychology of the Belief in Objective Existence - London 1890), che sembra esservi stato condotto da un’anàlisi psicologica. La concordanza è interessante e ci rallegra come una conferma della teoria1.

L’articolo del Calderoni termina con alcune riflessioni volte a mettere in luce l’estensione del sovraccennato concetto della realtà anche a taluni casi che sembrano sfuggirvi, per esempio la realtà del passato (Cfr. Enriques Op. c. pag. 90).

Nel terzo fascicolo, A. Garbasso scrive su «L’Ottica e la nozione dello Spazio». Si occupa della costruzione di un mezzo atto a riprodurre sperimentalmente i fenomeni del miraggio e vuol trarne, relativamente alla nozione dello spazio, un’interpretazione che procede nel senso del convenzionalismo o neonominalismo, cioè in un senso analogo a quello sostenuto recentemente dal Poincaré. Abbiamo già espresso altrove l’opinione che queste

  1. A proposito delle origini di questa pare che si debba risalire a Maine de Biran: cfr. Revue de Metaphisique et de Morale, 1906, N. 3bis, p. 455.