Pagina:Rivista di Scienza - Vol. II.djvu/267

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la natura del processo di soluzione 259


gano gli uni appresso agli altri ed uniformemente mescolati tra di loro, anche se di peso diverso», si deve credere ad una speciale proprietà, da concepirsi come affinità (che egli chiama anche vis attractrix, amicitia, amor, «se questi nomi possono indicare la tendenza alla combinazione»). Inoltre egli mette in evidenza il fatto che di ogni sale può venir disciolta solo una certa quantità; che una soluzione che sia saturata con un dato sale, non può più disciogliere «un altro sale di natura (habitus) diversa», e che nel processo di soluzione mutano tanto le proprietà del solvente, come quelle del corpo disciolto; e spesso ciò avviene con accompagnamento di fenomeni termici. Se noi seguiamo le considerazioni di Boerhave, dobbiamo ammettere che, nella massima parte dei casi, soluzione è un fenomeno chimico: «Solventi, i quali agiscano come tali, solo in virtù di una forza meccanica, sono assai più rari che non si creda. Questa categoria è formata dalle soluzioni di ghiaccio nell’acqua, di acqua nell’acqua, di alcool nell’alcool ecc., in una parola, da liquidi che si disciolgono in liquidi della stessa natura». Riassumendo adunque, si deve ammettere «che tutte le soluzioni chimiche, (lasciata da parte adunque le poche, che sono puramente meccaniche), sono esclusivamente dovute a forze di attrazione e di repulsione, che agiscono tra le particelle del solvente e quelle del corpo disciolto».

Le vedute di Boerhave, che io qui ò tracciate, ànno resistito tenacemente non solo nel decimottavo secolo: noi le incontriamo infatti — ed in forma poco diversa — nel decimonono ed anche nel ventesimo.

Nel secolo XVIII scienziati della forza di un Torbern Bergmann (1786), di un Guyton de Morveau (1786), di un Ger. Ben. Richter (1794) consideravano le soluzioni come conseguenza di affinità chimiche (attractio solutionis, affinité de dissolution) ed i più noti trattati diffondevano questa teoria come quella che si poteva più generalmente applicare; così fecero p. es. Hermbstaedt nel suo libro Experimentalpharmacie (1792) e Wallerius nella sua opera intitolata Physische Chemie (1780). Nei primordi del secolo XIX lo stesso Cl. L. Berthollet nel suo Essai de statique chimique (1803) accettava un tal modo di vedere dicendo: «poichè è conseguenza immediata di ogni processo chimico la formazione di composti, anche il processo di soluzione, considerato dal punto di vista delle forze di coesione (reciproca affinità delle particelle), appartiene