Pagina:Rivista italiana di numismatica 1888.djvu/72

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

studii economici sulle monete di milano 47

primi anni del nostro governo libero rassodato dalla pace di Costanza sono all’opposto scadenti, dì metà rame e metà argento, al titolo precisamente di 0,530; le calamità da noi sofferte lungamente nell’aspra lotta della libertà, che in 10 o 16 anni non si potevano riparare, ne saranno stata la causa. In apologia d’altronde di que’ nostri progenitori illustri si può notare, che da lunghissimo tempo la moneta che si coniava nella nostra zecca, e della quale avremo opportunità di trattare di passaggio, era inferiore di molto; gli impronti più buoni degli Enrici, che si conoscono per li precedenti immediatamente a questo VI ed a suo padre non segnano più di 0,318 e di 0,346; e le monete più antiche degli Ottoni, che si può credere dal loro numero non piccolo arrivato fino a noi avessero corso tuttavia nel secolo XII, non oltrepassano il limite di 0,554. Successa alla Repubblica la dominazione dei Visconti ha principio la decadenza della moneta, e invano si ricercherebbe il superlativo titolo di 0,968; il migliore impasto che si rinviene è a 9/10 di fino. A questo segno arrivano le grandi e piccole di Azone salito al soglio nel 1330; dopo del quale frammiste a soverchio rame le piccole entrano in concorrenza colle grandi per sconvolgerne li rapporti immutabili, che dovrebbero legarle insieme; quelle, a cagion d’esempio, grandi di Luchino e di suo fratello l’Arcivescovo che regnarono dal 1339 al 1364 sono a 0,909, mentre alcune piccole e piccolissime di questo secondo principe, che si potevano risparmiare, si abbassano a 0,500. Li due fratelli Bernabò e Galeazzo che arbitri per 20 e più anni dopo il 1354 furono della patria nostra, invilirono di più il sistema, poiché nel mentre ne fabbricarono a 1/10 di lega ne portarono non poche delle loro grandi egualmente a 0,650 e le piccole a meno di