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il ripostiglio di como 167

rità o che per altri motivi possa interessare il numismatico. I più pregevoli, relativamente, sarebbero i pegioni1 colle secchie, di Galeazzo II (Gnecchi, tav. VII, n. 4), e gli ottavi di soldo di Azzone, ma sgraziatamente questi ultimi sono tutti sconservati, le monete di quel principe essendo fra le più antiche del ripostiglio. Anche i grossi o pegioni di Bernabò, col cimiero nel campo del diritto ed il biscione in quello del rovescio (Gnecchi, tav. VII, n. 8), non si possono chiamare veramente comuni, quantunque se ne siano ritrovati molti dopo la pubblicazione dell’opera dei Gnecchi: il nostro ripostiglio tuttavia, col suo contingente di oltre un centinaio, contribuisce senza dubbio a rinvilirli.

Sotto il riguardo della rarità e del pregio dei singoli pezzi che lo compongono, il ripostiglio di Como non aggiunge insomma nulla di nuovo alle nozioni che già possediamo intorno alla Numismatica milanese del Sec. XIV.

Ma, sotto un altro riguardo, il ripostiglio assumerebbe un’importanza non lieve, perchè ci conduce

  1. A proposito di questo nome di pegione sul quale si è discusso a lungo senza giungere ad un risultato soddisfacente, mi si permetta una breve digressione. Si vuole che esso derivi (per servirmi delle parole del compianto Prof. Biondelli) «dall’emblema di una colomba o di un piccione, che Gian Galeazzo Visconti avrebbe effigiato su di una sua moneta. Noi faremo però osservare» — continua il Biondelli, — «che si conoscono pegioni anteriori a Gian Galeazzo e precisamente di Galeazzo II e di Bernabò, mentre non si conosce alcuna moneta di Gian Galeazzo che porti effigiata la colomba, emblema cbe vediamo riprodotto solamente in alcune monete degli Sforza.» È vero: esistono pegioni sociali di Bernabò e Galeazzo (Gnecchi, tav. VII, n. 11), e sono anzi monete comunissimo. Ma questi pegioni recano appunto, sopra la biscia, l’aquila imperiale, che il popolo avrà scambiata facilmente per un piccione, donde il nome alla moneta. Non altrimenti, oggi, il nostro popolo chiama «quattrini del pettine» i centesimi del primo regno italico, per la corona radiata che hanno nel campo del rovescio e che grossolanamente rassomiglia ad un pettine.