Pagina:Rivista italiana di numismatica 1891.djvu/184

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168 solone ambrosoli

forse a sciogliere in modo plausibile una questione agitata inutilmente sinora fra i numismatici.

La vexata quaestio della pertinenza di alcune monete milanesi a Galeazzo II oppure a Giangaleazzo, indusse infatti anche da ultimo i ch. fratelli Gnecchi a scrivere negli avvertimenti preliminari della loro opera: «II fiorino d’oro e alcune e forse tutte le monete d’argento fin qui attribuite a Galeazzo II Visconti, da taluno vorrebbero invece attribuirsi a Gian Galeazzo Visconti, e le ragioni addotte sono tutt’ altro che deboli e inconcludenti. Noi siamo stati lungamente titubanti fra l’una e l’altra ipotesi; ma, considerando che le ragioni addotte a favore dell’attribuzione a Gian Galeazzo, per quanto buone, non sono affatto incontestabili, non abbiamo osato urtare troppo radicalmente contro l’opinione fin qui prevalsa e abbiamo conservato quelle monete a Galeazzo II, salvo a ricrederci quando nuovi studi e nuove ricerche facessero mutare l’attuale nostro dubbio in certezza»1.

Ora, il ripostiglio di Como mi ha forse fatto trovare il bandolo in quest’intricatissimo argomento.

Sulle prime, infatti, si osservava un singolare fenomeno, cioè che il tesoretto racchiudeva un numero strabocchevole di sesini di Giangaleazzo, mentre vi mancavano assolutamente i suoi pegioni che sono pur comunissimi. Da questa circostanza, e dall’essere molti di que’ sesini a fior di conio, argomentavo anzi che il nascondimento dovesse risalire al principio del dominio di Giangaleazzo (tuttavia non innanzi al 1387, perchè su alcuni sesini assume il titolo di «signore di Verona», città di cui s’impadroni sol-

  1. Gnecchi, Le monete di Milano, pag. XXV.