Pagina:Rivista italiana di numismatica 1891.djvu/186

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170 solone ambrosoli

vece il pegione n. 3, tav. VII Gnecchi, che io vorrei dato a Giangaleazzo, è per cosi dire identico a quello n. 4, tav. VIII Gnecchi, ch’è indiscutibilmente di Giangaleazzo perchè reca il titolo di «conte di Virtù». Si ponga mente, fra l’altro, alle foglioline che accantonano l’ornato quadrilobo del diritto, ed al panneggiamento del Sant’Ambrogio, assolutamente eguale a quello del pegione del Conte di Virtù, mentre differisce moltissimo da quello del pegione col cimiero cristato.

Mi sono quindi permesso, nello specchietto delle monete milanesi del ripostiglio, di togliere a Galeazzo II gli 855 pegioni n. 3, tav. VII Gnecchi, per darli a Giangaleazzo.

La mancanza, nel ripostiglio, di qualsiasi esemplare del pegione (o grosso) n. 4, tav. VIII Gnecchi, di Giangaleazzo, col titolo di Conte di Virtù, si spiega da sé per la grande rarità di quel pezzo, ch’è forse da considerarsi piuttosto come una prova di zecca del pegione definitivo e comunissimo, ch’io vorrei attribuire a Giangaleazzo.

La obbiezione più grave sarebbe che Giangaleazzo assume sulle altre monete il titolo di Conte di Virtù, mentre su questo pegione tal titolo manca, essendovi invece il VICECOMES che non si legge sulle monete di Giangaleazzo, ma su quelle di Galeazzo II: a questo proposito si osservi però che la forma «Galeaz Vicecomes» s’incontra pure nei documenti di Giangaleazzo, e che il fiorino d’oro fondatamente rivendicato dal Cav. Gavazzi a Giangaleazzo non ha il titolo di Conte di Virtù ma bensì la semplice espressione «Galeaz Vicecomes».

Nel Gabinetto di Brera, tutte le monete attribuite a Galeazzo II si trovano collocate fra quelle di Giangaleazzo; a mio avviso tuttavia, mentre il fiorino d’oro colla corona, nonché il pegione di cui ho