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| 330 | ettore gabrici |
c Claudio, quando disse che la moneta di bronzo restò fino a un certo punto estranea alle crisi dell’argento[1].
Le condizioni finanziarie di Roma dopo la battaglia di Azio erano assai prosperose; ivi affluirono i tesori d’Alessandria e fu tanta l’abbondanza di oro gettata in circolazione per tutta l’Italia, che l’interesse del danaro decrebbe di due terzi e il valore delle terre raddoppiò[2]. Profittando di questa ricchezza nazionale, Augusto impose nuove tasse, stabilì il diritto dell’uno per cento sopra tutte le vendite all’incanto (centesima rerum venalium)[3], quello del quattro per cento sulle vendite degli schiavi (quinta et vicesima venalium mancipiorum)[4], e sei anni dopo Cr. stabih l’imposta del ventesimo sull’eredità (lex vicesima hereditatum)[5] creando nuove sorgenti di ricchezza allo Stato, che introitava, secondo i calcoli più probabili, dai tre ai quattrocento milioni all’anno. A questa floridezza rispondono le immense largizioni di Augusto, enumerate nel Monumentum Ancyranum. Basti dire che nel suo undecimo consolato distribuì alla plebe dodici volte del grano comprato a proprie spese e in ogni avvenimento importante della vita sua fece distribuzioni di danaro che ascesero fino a 400 sesterzii per cittadino romano. Tralascio tutte le grandi costruzioni da lui fatte fare, le largizioni ai coloni, ai soldati, le quali fanno fede della ricchezza dello Stato e conchiudo che in tali condizioni le monete di Augusto non potevano non essere perfette quanto al metallo e al