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Pagina:Rivista italiana di numismatica 1895.djvu/344

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c Claudio, quando disse che la moneta di bronzo restò fino a un certo punto estranea alle crisi dell’argento[1].

Le condizioni finanziarie di Roma dopo la battaglia di Azio erano assai prosperose; ivi affluirono i tesori d’Alessandria e fu tanta l’abbondanza di oro gettata in circolazione per tutta l’Italia, che l’interesse del danaro decrebbe di due terzi e il valore delle terre raddoppiò[2]. Profittando di questa ricchezza nazionale, Augusto impose nuove tasse, stabilì il diritto dell’uno per cento sopra tutte le vendite all’incanto (centesima rerum venalium)[3], quello del quattro per cento sulle vendite degli schiavi (quinta et vicesima venalium mancipiorum)[4], e sei anni dopo Cr. stabih l’imposta del ventesimo sull’eredità (lex vicesima hereditatum)[5] creando nuove sorgenti di ricchezza allo Stato, che introitava, secondo i calcoli più probabili, dai tre ai quattrocento milioni all’anno. A questa floridezza rispondono le immense largizioni di Augusto, enumerate nel Monumentum Ancyranum. Basti dire che nel suo undecimo consolato distribuì alla plebe dodici volte del grano comprato a proprie spese e in ogni avvenimento importante della vita sua fece distribuzioni di danaro che ascesero fino a 400 sesterzii per cittadino romano. Tralascio tutte le grandi costruzioni da lui fatte fare, le largizioni ai coloni, ai soldati, le quali fanno fede della ricchezza dello Stato e conchiudo che in tali condizioni le monete di Augusto non potevano non essere perfette quanto al metallo e al

  1. Mommsen, Monn. Rom., t. III, p. 48.
  2. Suet., Div. Aug., 41.
  3. Tac., Ann. I, 78.
  4. Dio Cass., 55, 31: Tac., Ann. xiii, 31.
  5. Gaius, c. 3, § 125 e § 162.