Pagina:Rusconi - Teatro completo di Shakspeare, 1858, III-IV.djvu/714

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ATTO QUARTO 353


Del. Mort de ma vie! Tutto andò sossopra, la vergogna posa sui nostri pennacchi, e li cuopre d’eterno obbrobrio. — O mèchante fortune! (un breve allarme) non abbandonarci.

Con. Tutte le nostre file sono sgominate.

Del. Vituperio, vituperio! — Uccidiamoci da noi stessi. Son quelli i miserabili soldati, di cui ci eravamo giuocata la sorte ai dadi?

Orl. È quello il re a cui avevamo offerto un riscatto?

Bor. Obbrobrio, eterno obbrobrio! Moriamo tosto. — Voliamo di nuovo alla carica, e quegli che non vuol seguire ora Borbone, si separi da noi, e vada col berretto in mano ad attendere alla soglia della stanza in cui la sua più bella figlia è stuprata.

Con. Il terrore che ne invase svegli la nostra disperazione! Andiamo a porgere le nostre vite agl’Inglesi e moriamo con gloria.

Orl. Bastanti ancora saremmo per abbattere gl’inimici, se potesse ristabilirsi un po’ d’ordine.

Bor. Il diavolo si prende l’ordine ora! Vuo’ mischiarmi fra la folla, per abbreviare una esistenza di cui l’onta sarà perpetua.

(escono)


SCENA VI.

Un’altra parte del campo. — Allarme.

Entrano il re Enrico, e il suo esercito; Exeter ed altri.

Enr. A meraviglia ci comportammo, generosi compatrioti, ma tutto ancora non è fatto; i Francesi continuano ad occupar la pianura.

Ex. Il duca di York si raccomanda a Vostra Maestà.

Enr. Vive egli, caro zio? Tre volte nello spazio di un’ora lo vidi atterrato, ma tre volte lo vidi pur rialzarsi per combattere. Dall’elmo allo sperone era tutto sangue.

Ex. È in tale stato che quel prode cadde; e ai suoi fianchi giace ancora il nobile Suffolk, che divise le sue onorate ferite! Suffolk morì primo: e York mutilato si trascinò carpone accanto al suo amico, e sollevandone la testa la baciò e disse: «fermati, diletto Suffolk, la mia anima vuole accompagnare la tua nel suo volo verso i cieli. Ombra adorata, aspettami; uniti andremo, come in questa pianura gloriosa e in questo bel combattimento uniti restammo da veri fratelli, da buoni cavalieri». Nel momento in cui diceva queste parole me gli avvicinai e lo racconsolai. Ei mi sorrise, mi stese la mano, e stringendo debolmente la mia mi disse: dolce signore, raccomanda i miei servigli al mio sovrano. Poscia si rivolse, attorniò colle braccia ferite