Pagina:Saggio di racconti.djvu/106

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98 racconto undecimo

disposizione al mestiere.» — «O che vorresti tu fare? So che l’ozio non ti piace; in casa ti veggo sempre occupato; e dubito che anche la notte... lo conosco dal consumo dell’olio.... dubito che anche la notte, invece di dormire, tu stia lì a tavolino... non so a che fare.... non sono più la tua confidente.» — «Sì, Anna, sì, ti confiderò ogni cosa, riprese egli mortificato da quel rimprovero. Ti ricordi di quando il babbo mi vietò di disegnare, di praticare il Diacceto, e m’impose di rendergli i suoi cartoni?» — «Ah! me ne ricordo pur troppo! seguitò la sorella, e l’ho osservato, sì, che da quel giorno in poi tu principiasti ad essere malinconico, a perdere l’appetito...

Fran. Che vuoi che ti dica? mi provai ad obbedire per qualche tempo; e quando venne il Diacceto qui in casa a domandarmi perchè gli avessi rimandato i disegni senza finir di copiarli, tu (e la guardava con aria di rimprovero), tu stessa che avevi udito il volere del babbo, con buona maniera lo congedasti.» — «Ah! sì, esclamò ella quasi compunta, lo feci perchè mi accorsi che non ti dava l’animo di palesargli da te quel divieto. Il giovinetto prudente capì, non se l’ebbe a male, e andò via.» — «Ebbene, seguitò Francesco, pochi giorni dopo m’imbattei nel Diacceto; v’era anche il Naldini. Essi furono i primi a tenermi proposito del disegno, e mi dissero un visibilio di cose: Che avrei fatto male a lasciarlo; che io era nato per le belle arti; che era un danno vedermi alle telaia, mentre che in breve... Basta,