Pagina:Saggio di racconti.djvu/123

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cecchin salviati 115

unendo all’amor dello studio la illibatezza dei costumi, la serenità dell’animo e la modestia, si godevano lo scambievole affetto, e si preparavano a sostenere il decoro della patria e dell’arte.

Una mattina Michelangiolo de’ Rossi, in compagnia del figliuolo entrò nella bottega dell’orefice, e salutato allegramente il maestro: «Amico, gli disse, eccovi un altro scolare, se lo accettate. Il mio Francesco dice addio a’ velluti, perchè ha più simpatia per le tele; che ve ne pare?» — «Che sia il benvenuto! rispose il maestro. C’è posto anche per lui; e non è già nuovo il suo nome in questa bottega,» additando il Diacceto che faceva le maraviglie di tanta novità, e se la discorreva a cenni con Francesco. Il qual Francesco non era più il fanciullo malinconico e taciturno di poco fa; ma tutto ringalluzzato, a testa alta, sorridendo al padre, al maestro, ai giovani, non vedeva l’ora di mettersi davanti un cartone del Buonarroti e di ricopiarlo. Tutti gli fecero grandi feste, ed esso a loro, e il padre, dopo aver ragionato alquanto in disparte con l’orafo, salutando cortesemente, con un abbraccio al figliuolo e con una stretta di mano al Diacceto, se n’andò contento pe’ fatti suoi.

Allora il Diacceto, che non sapeva nulla dell’accaduto in casa di Francesco, gli fece un visibilio di congratulazioni e di dimande, e il fanciullo narrando ingenuamente ogni cosa riempì tutti di tenerezza. Si collocò finalmente a studiare, e diventò subito la delizia del maestro e dei suoi compagni.