Pagina:Saggio di racconti.djvu/138

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130 racconto undecimo

armadio, chiuse la stanza, e andò a collocarsi ad una finestra come chi aspetta di veder passare un amico. L’Anna e Francesco smettendo di mangiare erano rimasti muti e sbigottiti a guardarsi l’un l’altro, e non osavano comunicarsi un sospetto nato nel loro animo, tanto egli era doloroso e terribile. Ma non potendo più sopportare quella crudele incertezza, erano per alzarsi e per andare intorno al padre, quand’egli, fatto un cenno della mano fuori della finestra, e rivoltosi tosto a’ figliuoli: «Non vi movete, disse loro, finchè io non abbia sceso le scale. Poi chiudete la casa, e andate a stare da Niccolò Parenti, capoccia del traffico. Aspettatemi in casa sua, chè spero ci rivedremo tra pochi giorni.» E in ciò dire, quantunque volesse parer sereno, gli cadevano le lacrime, e gli si contraevano in modo strano i lineamenti del volto. «Addio!» I figliuoli erano in atto di lanciarsi disperatamente al suo collo; ma egli, preso un tuono autorevole: «Fermatevi! esclamò, e corse al capo scala, e di lì volgendosi aggiunse: «Obbedite a vostro padre!» E ripresa l’usata dolcezza: «Così salvando voi, salverete forse anche me.» Con atto involontario protese le mani verso di loro, come per invitarli al suo seno; ma ritirandole tosto si coperse la faccia, e in un baleno scese le scale. I figliuoli mandando un grido di dolore corsero alla finestra. Nella strada v’era un cataletto; e il padre vinto dal dolore, appena ebbe fiato di giungervi; i fratelli della Misericordia lo distesero su di esso, e lo trasportarono allo spedale. I figliuoli