Pagina:Saggio di racconti.djvu/145

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cecchin salviati 137

cesco l’abbraccio, e volle accompagnarla allo spedale, dove ella fu accolta con gioia dalle compagne che già erano affaccendate a preparare il bisognevole per la cura dei feriti.

Così all’avvicinarsi di maggiori pericoli ognuno cercava dal canto suo di apparecchiar difese alla patria, ed ogni ricchezza, ogni oggetto di lusso, ogni industria volgevano a quel santissimo scopo. Cessati i timori e le stragi della peste, pareva che i Fiorentini non avessero avuto da patire altra sventura che quella. Confidenti nelle loro forze, determinati di mantenere a ogni costo l’indipendenza, intrepidi e sicuri col nemico sotto le mura, erano essi i primi a sfidarlo con frequenti sortite di giorno e di notte, e spesso ne tornavano vincitori. Le donne gareggiavano d’ardore con gli uomini; e gli artisti e gli operai d’ogni classe mostravano chiaramente non essere snervati dall’esercizio delle pacifiche arti; chè anzi l’attività alla quale erano avvezzi per amor dell’industria gli rendeva idonei a adoperare utilmente le loro forze per quello della libertà. La timida servitù non gli aveva abituati a consumarle nell’avvilimento o nel vizio, a dimenticare i nobili sentimenti di cittadino, a preferire il guadagno ad ogni altra cosa; e l’esempio del divino Buonarroti, che abbandonato lo scarpello, gli onori della corte, e sfidando lo sdegno dei Medici era accorso a recingere di baluardi la patria pericolante, aveva animato anche i più timidi. Sapevano essi lavorare nel giorno e andar la notte a far la guardia alle mura o ad assaltare gli