Pagina:Saggio di racconti.djvu/144

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136 racconto undecimo

impazienza. — «Ecco qui, rispose la sorella: Tu sai che preparano uno spedale pe’ feriti; ed io voglio andarvi, e adempiere al dover mio nell’assisterli; voglio seguire l’esempio di quelle donne che mi hanno già preceduta in questo pensiero. Quel luogo sarà intanto un ricovero più sicuro per me. Quando il pericolo divenisse maggiore, tu stesso non potresti difendermi; dovresti essere altrove; ed io che farei qui sola? Se anche alla povera Firenze dovesse toccare la sorte di Roma, come trovare migliore scampo di questo negli orrori di un saccheggio?» — «Mio Dio! non rammentare il sacco di Roma; chè se coloro i quali consumarono tante scelleratezze colà potessero far di Firenze lo stesso scempio, ah tu non saresti salva nemmeno nello spedale!» — «Forse rispetteranno quel luogo; ma se anche non lo rispettassero, io morirei più volentieri insieme con le altre donne. Ma non ci pensiamo, no; Dio terrà lontano da noi questo eccidio; Firenze non ha da scontare tante colpe... e i nostri concittadini non saranno così degeneri dagli antenati. Dunque approvi tu la mia risoluzione?» — «Ah! sorella, tu lo sai; io non avrei mai acconsentito a staccarmi da te che per vederti felice con uno sposo; ma ora v’è una ragione più forte di tutte; ed io non ardisco di oppormi. Va, che sia benedetto cotesto zelo! Oh! so ben io quanto sarà utile la tua assistenza nello spedale!» — «Ma noi non ci separeremo per sempre; anzi ci potremo vedere ogni giorno... ogni giorno, finchè il dovere di cittadino te lo permetta.» Fran-