Pagina:Saggio di racconti.djvu/149

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cecchin salviati 141

Firenze, di trovare i difensori sepolti nel sonno e nel vino per cagione di detta festa, di ricevere meno offesa dalle artiglierie, e di approfittarsi del tempo che era piovosissimo ed oltre ogni credere oscuro, tanto che non si vedeva l’un l’altro. Allora armato e mosso segretamente l’esercito, e munito di 400 scale che insieme con molti altri arnesi da espugnar terre aveva avute dai Senesi, s’accostò in un tempo stesso con tutte le sue genti alle mura e ai bastioni della città dalla parte d’oltrarno, cioè dalla porta a S. Niccolò fino a quella di S. Frediano. Ma il malaccorto trovò le sentinelle vigilanti e gagliarde, le quali appena udito fra lo scroscio dell’acqua lo strepito dei nemici che già erano accosti, e scortane fra il buio la campagna tutta coperta, sommessamente le une avvisaron le altre, e dai bastioni alle case, alle strade, alle piazze, la notizia del pericolo si distese e volò così ratta, che in un attimo la milizia nazionale e il popolo corsero all’armi; le donne accesero lumi e torce e lampioni, e gli posero alle finestre, alle porte, o gli recarono sulle mura, onde l’oscurità non fosse d’inciampo alla folla, alla pressa dei cittadini.

Francesco fu dei primi ad armarsi ed a correre, e già per le vie delle porte d’oltrarno e in specie sui ponti, la calca era tanta, da non poter quasi andare più oltre. L’apparir dalla cima delle torri e delle case e giù lungo le pareti, e il muoversi di tanti lumi, e le torce dei cittadini e i lanternoni dei soldati avrebbero dato l’idea d’una strepitosissima