Pagina:Saggio di racconti.djvu/156

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148 racconto undecimo

Anna. Quando fosse per la tua sicurezza, e alzava gli occhi al cielo, saprei sopportare anche questo... Chi sa? dopo qualche tempo il pericolo passerà, o sarà minore... Tutto su questa terra, tutto, anche gli odj più acerbi hanno un termine.

Franc. Ma tu mi fai tanta compassione in cotesto stato, ch’io non ho coraggio di lasciarti.

Anna. Queste suore mi assistono con tanto affetto, che se Dio lo ha destinato, io sopravviverò alle sventure della mia patria e della mia famiglia; e quando ti saprò in luogo più sicuro che non è Firenze per te, avrò un pensiero di meno, il più doloroso che angustia i pochi giorni di vita che mi rimangono.

Franc. I pochi giorni tu dici!... e così mi conforti a partire?

Anna. Lasciamo al cielo la cura del resto, fratello mio.» E lo pregava non più con le parole ma con gli sguardi, che in chi ama davvero son dotati di maravigliosa eloquenza.

Allora Francesco accostandosele di più all’orecchio, in aria misteriosa le disse: «Ebbene, sappi che le speranze dei fuorusciti non sono tutte perdute. Il cardinale Ippolito macchina la rovina d’Alessandro. Io..., sì, io partirò, anderò a Roma a dipingere pel Salviati. Intanto gli esuli troveranno il modo di farsi rendere giustizia dall’Imperatore.

Anna. Ahimè! male vi affidate nei grandi. Sono essi che vi hanno ruinati; come sperare che essi stessi vogliano ora aiutarvi? Lo faranno per sè medesimi,