Pagina:Saggio di racconti.djvu/157

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cecchin salviati 149

e non sarà altro che un mutar padrone. Comunque siasi, purchè io ti sappia lontano da un pericolo certo, va, e Dio benedica le tue speranze.

Franc. Dunque, addio sorella, addio, e speriamo per poco tempo.

Anna. Il Cielo Io voglia! Addio!» E a fatica si separarono.

L’Anna cercava di nascondere le sue lacrime, e Francesco tornò indietro due volte a stringerle la mano, a baciarla. Finalmente uscì dalla stanza, e per la commozione aveva quasi perduto il lume degli occhi. Errò qualche tempo come smarrito per le vie di Firenze; indi venuta l’ora di partire, si ritrovò con altri due compagni, e s’avviarono alla porta di S. Pier Gattolini. Quella notte v’era di guardia un capitano segretamente avverso ai Medici, e col suo favore poterono uscire inosservati. Fuori di porta presero in silenzio e per cautela diverse strade in mezzo a’ campi, e si dileguarono fra le tenebre.

Quando Francesco fu qualche miglio lontano da Firenze, si riposò un poco, e volgendosi indietro, «Ora fuggo, esclamò; fuggo da te, patria infelice! eccomi volontariamente bandito. Oh! non e la paura che mi fa allontanare; ma la speranza di rivederti salva dai mali che ora ti opprimono.» E rinnovate le forze con quel pensiero, continuò pellegrinando la via sino a Roma.

Quivi accolto benignamente dal cardinal Salviati il vecchio, e udito dai fuorusciti Fiorentini come non pigliassero ancora buon andamento le cose loro