Pagina:Saggio di racconti.djvu/48

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40 racconto quinto

teva andare innanzi due o tre mesi; ma poi?...Dopo aver pianto da sè tutta quella notte, dopo aver sospirato molti giorni coi figliuoli, che non si potevano dar pace di non vedere più il babbo, si fece un coraggio tanto maggiore quanto più la sua miseria cresceva. Allora cominciò a lavorare anche la notte. Quando i figliuoli erano addormentati, zitta zitta tornava col lume nell’altra stanza, e lavorava per cinque o sei ore di seguito. Pareva un miracolo che potesse reggere a tanta fatica. Nonostante durò un pezzo; ma cominciò a dimagrare, a sentirsi debole. Alla fine le venne la febbre; e non per questo si lasciò sgomentare, nè dette a conoscere di soffrire. Ogni mattina rivedendo i figliuoli le pareva di esser guarita, e di aver riacquistato le forze; non pensava più nè alla febbre nè al dolor di capo, e tirava innanzi. Ma i vicini che la vedevano struggersi un giorno più dell’altro, la consigliavano a non far più una vita sì tribolata, a mettere piuttosto i figliuoli in qualche ricovero di mendicità. Allora sì che la Maddalena, abbracciandoli teneramente, diceva: «Non lo date a me questo consiglio. Io non mi potrò mai staccare dalle mie creature. Finora le ho assistite. Finchè mi resterà un filo di vita non avrò coraggio di abbandonarle. Ho fatto proposito di morire lavorando per loro.» — «Ma se vi sacrificate in questo modo, le rispondevano, non potrete più assistere i figliuoli, ed essi perderanno anche voi.» — «Ah! morirei più presto, soggiungeva, morirei più presto, se dovessi vedermene levare anche uno solo.