Pagina:Saggio di racconti.djvu/55

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niccolò tartalea 47

concedeva la povertà era pur utile a qualche cosa, e che a poco a poco usciva meno sangue dalle ferite. Allora seguitò a tenergli sempre monde le piaghe con le lavande, e in questo modo cominciò ad aver fiducia nella sua guarigione. Ma pareva che il sofferto martirio gli avesse tolto l’intendimento e la vivacità dell’infanzia. Guardava fisso, stentava a rispondere alle carezze, e non faceva udire quasi mai la sua voce. Oh, come era sgomenta la madre! Temè che fosse rimasto ebete, e ormai non vedeva altro in lui che un infelice destinato a perire di miseria e d’inedia. La piaga più grave, e l’ultima a rimarginarsi, fu quella delle labbra che erano tagliate ambedue in orribile modo. Finalmente guarì; ma restò così impedito nella favella, che sul principio era impossibile di capirlo; laonde coll’andar del tempo gli fu posto il soprannome di Tartaglia, che gli rimase poi per tutta la vita, e che egli non si vergognò di prendere per casato.

Dopo esser guarito continuò a patire per la miseria, ed era già arrivato a quattordici anni senza che avesse ombra d’istruzione. Anch’egli per guadagnarsi un po’ di pane cominciò ad aiutare la madre nei servigi che faceva a questo ed a quello; ed ebbe allora occasione di conoscere alcuni giovanetti che s’erano dati allo studio delle lettere. Considerando attentamente quello che essi facevano si sentì invogliato d’imitarli, e gli parve d’aver come loro il diritto d’istruirsi. Cercò un maestro che nelle ore del riposo gli insegnasse a scrivere e a far di conto;