Pagina:Saggio di racconti.djvu/92

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84 racconto decimo

i divertimenti e la compagnia mi distrassero, e cominciai a non desiderare altro che di godere dei miei comodi, e di sentirmi dire ch’io era ricco. Ah! nissuno mi fece riflettere che quella ricchezza era tutto sudore di mio padre, che io non doveva abusarne, e che i molti denari sono inutili anzi dannosi senza l’istruzione, e senza la buona condotta. I parenti venivano a vedermi due o tre volte l’anno, ed io desiderava la loro venuta solo pei donativi che andava poi ostentando agli occhi dei camerati.

Ho detto che gli studi mi annoiavano; ma presto la noia divenne avversione. Io diceva tra me: Se è vero che sia ricco, non occorre che studi. Così m’era nata a poco per volta tanta pigrizia, che mi pareva troppa fatica la stessa ricreazione. Alla fine per isfuggire i rimproveri dei maestri e la vergogna d’esser rimasto indietro anche ai minori d’età, mi buttai a fare il malato. Mi crederono, o finsero di credermi; e abbandonato nell’infermeria, ebbi agio di fomentare la mia pigrizia. Aveva già ricevuto due o tre lettere di mio padre dall’America. Erano piene di savi consigli e di affettuose ammonizioni; si lagnava del suo indugio involontario; mi scongiurava a serbargli affetto, a fare il mio dovere come figliuolo amoroso, e come buono alunno del collegio. Quelle lettere mi davano da pensare per alcuni giorni, e mi inspiravano buoni proponimenti, ma di poca durata. Ormai la pigrizia mi aveva reso ottuso l’intelletto, debole la volontà, insopportabile ogni fatica; era divenuto indifferente al biasimo ed all’elogio; e in-