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98 al polo australe in velocipede


quel tremendo urto, a quell’enorme peso che forse era di diecimila, di ventimila tonnellate.

Se la fortuna aveva protetto gli arditi esploratori delle regioni australi, poteva però da un istante all’altro abbandonarli. Passato quel tremendo pericolo, altri li minacciavano.

Tutto intorno alla goletta, altri ice-bergs ondeggiavano, mossi da quell’immensa ondata sollevata dalla caduta del colosso polare, che per poco non l’aveva schiacciata.

Alla luce delle lampade di magnesio, che cominciavano a proiettare all’ingiro i loro raggi azzurrognoli, essendosi la nebbia un po’ diradata, si vedevano alzarsi a prua, a poppa, a babordo ed a tribordo, gigantesche pareti di ghiaccio, che avevano degli strani bagliori. Si sarebbe detto che quelle montagne erano ansiose d’imprigionare la goletta, di stringerla, di soffocarla e di schiacciarla.

L’equipaggio, che non si era ancora rimesso dal terrore, non ardiva abbandonare le imbarcazioni e rimaneva sordo ai comandi del mastro d’equipaggio, il quale li incoraggiava a riprendere i buttafuori per tentar di respingere l’assalto dei ghiacci.

Perfino il capitano Bak, pareva che avesse perduto il suo sangue freddo e la sua sicurezza, e non ardiva dare alcun comando, temendo di compromettere la sorte della goletta.

Pure era necessario uscire, e senza perdere tempo, da quel cerchio che poteva da un istante all’altro richiudersi e imprigionarli tutti, oppure spezzarsi bruscamente e schiacciare la nave.

— Signore, disse Wilkye, che forse era il solo che non aveva perduto la calma abituale, rivolgendosi verso Linderman che rimaneva muto — bisogna forzare il passaggio o qui tutti ci lascieremo la vita.