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144 al polo australe in velocipede


non tarda ad assorbire l’umidità a loro necessaria per vivere, ed appassiscono.

Procedendo lentamente e con mille precauzioni per non scivolare nei crepacci e nei burroni che s’aprivano dovunque, verso le 4 pomeridiane gli esploratori giungevano sulla cima della catena.

Al di là, verso il sud, si estendeva dinanzi a loro una pianura sconfinata, coperta di neve, leggermente ondulata, ma non interrotta da quei rialzi, da quelle piramidi, da quelle guglie acute e da quei crepacci come si osservano nelle regioni del polo Artico. Il continente australe pareva piano come un vero deserto e solamente ad una immensa distanza, si vedevano delinearsi sul fondo azzurro del cielo, rade catene di montagne.

Su quella vasta pianura gelata regnava un silenzio di morte, nè si scorgeva alcun essere vivente. Perfino gli uccelli, così numerosi sulle coste, mancavano, e non se ne vedeva uno solo volare su quella superficie immacolata, mai calpestata da piede umano, fin dal tempo della sua formazione.

— Che deserto di ghiaccio! esclamò Bisby, rabbrividendo. Mette paura solamente a vederlo.

— Sono contento che sia così, disse Wilkye. Il nostro velocipede filerà senza trovare ostacoli.

— Ed il polo, è laggiù?

— A sud, ma a millecinquecento miglia di distanza.

— Ci vuole del coraggio, Wilkye, per andarlo a cercare. Ed io che volevo andarci a piedi!....

— Ditemi, signor Wilkye, chiese il velocipedista Peruschi. Troveremo altre pianure, dietro quei monti che si vedono laggiù?

— Lo spero, amico mio.

— Ma come attraverseremo quei monti?