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176 al polo australe in velocipede

CAPITOLO XIX.

L’ultima goccia di petrolio.

Quella catena che tagliava la immensa pianura dal sud-est al nord-ovest, seguendo il 73° di latitudine, formava una barriera gigantesca, che pareva insuperabile per gli esploratori polari. Era un accatastamento enorme di monti coperti di neve e di ghiacci che alzavano i loro picchi aguzzi come coni o come piramidi per parecchie migliaia di piedi, divisi gli uni dagli altri da profonde vallate, i cui margini parevano tagliati a picco.

Nel centro, un cono colossale, rivestito di ghiaccio dalla base alla cima, lanciava la sua punta a sette od ottomila piedi d’altezza e le sue vallate, trasformate in ghiacciai, vomitavano nella pianura, con boati continui e con sorde detonazioni, degli ice-bergs del peso di migliaia di tonnellate, i quali scivolavano per lungo tratto, abbattendo sul loro passaggio i ghiacci minori.

— Fin dove si prolungherà questa catena? si chiese Wilkye che gettava sguardi corrucciati su quei monti. Troveremo un passaggio noi o saremo costretti a retrocedere, vinti dagli ostacoli di questa regione maledetta?

— Noi siamo pronti a tentare tutto, dissero i due velocipedisti.

— Lo so, amici, ma non vi nascondo che la nostra situazione sta per diventare critica assai. Eccoci arrestati a mille miglia dal polo, con viveri per tre sole settimane e colla provvista di petrolio quasi esaurita. È bensì vero che ci siamo molto inoltrati in questo continente, ma non basta, quantunque io sia convinto di avere preceduto il mio rivale di parecchi gradi.