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178 al polo australe in velocipede


sud-est, in direzione del cono colossale, da loro chiamato monte Bisby, e presso il quale s’apriva la valle notata da Wilkye.

Colà infatti s’apriva come una profonda spaccatura che pareva prodotta da qualche tremenda convulsione vulcanica e saliva verso i piani superiori lambendo due immensi ghiacciai. Il velocipede che procedeva con una velocità di venti miglia all’ora, s’addentrò nella valle che era sparsa qua e là di lastroni di ghiaccio, ma che però aveva dei lunghi tratti che permettevano alla macchina di passare.

Quantunque la pendenza fosse rimarchevole, pure le ruote, dentellate come erano, non scivolavano e procedevano con sufficiente rapidità, trasportando in alto gli esploratori. Ben presto però cominciarono gli ostacoli: i ghiacci senza dubbio scivolati colà dai piani superiori o rovesciati dai vicini ghiacciai, diventavano più numerosi, costringendo Wilkye ed i suoi compagni a discendere per aprire la via al velocipede.

Quelle frequenti fermate facevano perdere un tempo prezioso agli esploratori, i quali vedevano, con grande inquietudine, consumarsi la già tanto scarsa provvista di petrolio ed avvicinarsi quindi il momento in cui sarebbero stati forzati a dividere quel capolavoro della meccanica.

Alla sera non avevano superato che quattro miglia e con infiniti stenti. S’accamparono sui fianchi della montagna, su di una specie di piattaforma che aveva a loro permesso di rizzare la tenda, e dopo una magra cena si addormentarono strettamente avvolti nelle loro pelliccie, essendo lassù il freddo assai pungente.

Tutta la notte però i ghiacciai vicini tuonarono incessantemente, svegliando parecchie volte Wilkye il quale temeva che dall’alto piombassero dei massi di ghiaccio.