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impediva a loro di scorgere ciò che accadeva a pochi passi più lontano, imprigionandoli come fra una nube di leggieri cristalli ghiacciati.

Una sete ardente li assaliva ogni qual tratto, prodotta dall’evaporazione dei loro corpi, e senza poterla calmare. Invano Blunt aveva provato a dissetarsi mettendosi in bocca della neve; si era affrettato subito a rigettarla, poichè con quel freddo, quella neve produceva in bocca come una bruciatura e rassomigliava ad una palla rovente.

Wilkye si era anzi affrettato a proibirgliene l’uso, potendo essa provocare infiammazioni alla gola, al palato e alla lingua, male ai denti e dissenterie pericolose.

Durante quelle dodici ore, quantunque avessero camminato quasi sempre, non riuscirono a guadagnare un grado. Alla sera, Peruschi, che si era lamentato tutto il giorno, fu deposto sotto la tenda in grave stato.

Il povero giovanotto, invaso dal male che faceva rapidi progressi malgrado le pastiglie di calce e le patate, non poteva più reggersi in piedi. La sua pallidezza era cadaverica, il suo corpo era coperto di macchie sanguigne, le sue gengive tumide e coperte di fungosità, i suoi denti vacillavano e provava una spossatezza estrema.

Wilkye, che ormai cominciava a temere di perdere quel bravo e coraggioso giovanotto, sacrificò gli ultimi sorsi della sua provvista di wisky per fargli un punch abbondante. Quel rimedio fu giovevole, poiché all’indomani il velocipedista era meno spossato e più tranquillo.

Il 1° marzo non lasciarono la tenda; si sentivano impotenti a sfidare il freddo intenso che regnava al di fuori.

Il 2, dopo sei ore di marcia attraverso alla neve, mentre attraversavano un canale, riuscirono, a sorpren-