Pagina:Salgari - Al polo australe in velocipede.djvu/245

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capitolo xxv. - le vittime del polo 237


dere e ad uccidere una foca. Era venuta a respirare alla superficie del ghiaccio dopo d’essersi scavato un buco, e Blunt l’aveva colpita al cranio con una palla.

Fu una vera risorsa per gli esploratori, i quali ormai non possedevano che poche gocce di alcool per alimentare la lampada e riscaldarsi durante le fermate notturne. Ricavarono parecchi litri d’olio, mangiarono il fegato ed il cervello, e misero da parte un pezzo di carne di parecchi chilogrammi, essendo quasi sprovvisti di viveri.

Quella carne fresca, quantunque nauseante, produsse un notevole miglioramento nell’ammalato. Le macchie sanguigne che lo deturpavano a poco a poco scomparvero e la spossatezza estrema scemò, permettendogli di mantenersi in piedi.

Il 6 marzo, dopo una marcia di centosettanta chilometri compiuta in quattro giorni, un avvenimento che doveva essere di grande importanza per quei disgraziati esploratori, accadde.

Mentre spingevano faticosamente le biciclette, essendo Peruschi ancora impotente a camminare, Blunt incespicava in qualche cosa di duro che si teneva nascosto fra la neve.

Abbassatosi per vedere contro quale oggetto aveva urtato, con sua grande sorpresa scopriva l’estremità di un pezzo di legno.

— Signor Wilkye! esclamò, in preda ad una viva emozione. Qualcuno si è spinto fin qui!...

— Da che cosa lo arguite?

— Vi è un pezzo di legno confitto nella neve.

— Che sia un segnale?..... Che i nostri compagni si siano spinti fin qui? si chiese l’americano, stupito. Scaviamo, Blunt; forse sapremo qualche cosa.

Misero mano alle scuri e spezzarono il ghiaccio, poi