Pagina:Salgari - Al polo australe in velocipede.djvu/79

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capitolo viii. - l’assalto dell’albatros 71


e le mie membra intanto cominciano a irrigidirsi. Se Dio non m’aiuta, non so come finirà questa brutta avventura, e... Non finì la frase. Qualche cosa di grosso gli era piombato improvvisamente addosso, emettendo un rauco grido, e lo aveva urtato così ruvidamente, da cacciarlo sott’acqua, riempiendogli la bocca di quel liquido amaro e salato.

Con un vigoroso colpo di tallone rimontò alla superficie, ma si sentì percuotere furiosamente da due ali grandissime e lacerare di colpo una manica.

Furioso per quell’assalto inaspettato, rimontò a galla per la seconda volta e vide sopra di sè un grande uccello, di forme tozze e robuste, con le penne biancastre, ma nere sul dorso, con le ali che misuravano per lo meno quattro metri di lunghezza, ed il capo armato d’un becco grosso ed uncinato.

Comprese subito con quale avversario aveva da fare.

— Un albatros!... esclamò. In guardia Bisby o ci va di mezzo il cranio!

Infatti, quell’uccellaccio che si preparava ad assalirlo era un vero albatros.

Questi volatili, che i marinai chiamano «navi da guerra» o «pirati del mare» sono senza dubbio i più grossi che s’incontrano nell’oceano Australe, raggiungendo sovente dimensioni tali, da superare le aquile ed i condor dell’America meridionale.

Voracissimi come sono, seguono per delle intere settimane le navi per raccogliere gli avanzi della cucina che i cuochi di bordo gettano in mare e pescano da mane a sera, affrontando dei pesci anche grossissimi.

Essendo muniti di un becco robustissimo e assai acuto, con un solo colpo possono spaccare il cranio ad un uomo, ma sono però poco coraggiosi. Se affrontano l’uomo ca-