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72 al polo australe in velocipede


duto in acqua, che forse scambiano per qualche pesce, fuggono davanti alle procellarie e perfino ai gabbiani, e la loro paura è tale che si nascondono sott’acqua.

Bisby, che aveva già veduto nei giorni precedenti parecchi di quegli uccellacci, e che non ignorava quale forza posseggono, vedendosi assalito, alzò ambo le mani per proteggersi il capo. L’albatros, che forse credeva di aver da fare con un abitante dell’oceano, non indugiò a ritornare all’assalto. S’alzò di parecchi metri aprendo le sue grandi ali, poi gli piombò addosso con velocità fulminea, cercando di spaccargli il cranio col robusto rostro.

Bisby, appena se lo vide vicino, allungò prontamente le braccia ed afferratolo pel collo, si mise a stringerlo con suprema energia. L’albatros, sentendosi soffocare, si dibatteva con furore, cacciava grida rauche, agitava disperatamente le ali cercando di stordire l’avversario, arruffava le penne e coi piedi palmati tentava di colpirlo in viso; ma il negoziante, che si sentiva mezzo sollevato fuor delle onde, stringeva sempre.

— Eh mio caro!... gridava. Non ti lascio più e ti strozzerò!... Ah! Birbante!... Volevi spaccarmi il cranio come fosse una nocciuola?... Soffoca, canaglia!...

L’albatros, strangolato dalle larghe mani dell’americano, rallentava la sua resistenza. Le sue grida diventavano sempre più rauche, le sue potenti ali non si agitavano che ad intervalli, ed il robusto becco invano si apriva per aspirare una boccata d’aria.

Ad un tratto cessò di dibattersi e s’abbandonò addosso a Bisby, il quale affondò sotto quel peso piombatogli improvvisamente sul capo.

Tornato a galla, vide l’albatros che galleggiava a pochi passi di distanza. Mandò un grido di gioia.