Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. I.djvu/57

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55 la cateratta


— Forse.

Durante la conversazione, le schiere dei sorci continuarono a passare, sempre fitte, tumultuose, feroci, dirigendosi verso il sud-est dove, a quanto sembrava, aprivasi una gigantesca galleria.

La sfilata non doveva però durare ancor molto. Infatti, pochi minuti più tardi le schiere cominciarono ad assottigliarsi. Alle sette del mattino, la retroguardia degli emigratori scompariva fra le tenebre.

L’ingegnere e i cacciatori dopo d’aver atteso un po’ di tempo per paura che arrivasse un secondo esercito, scesero dalla rupe e corsero verso la riva.

La piattaforma, sulla quale si erano addormentati, era sparsa di scheletri di topi, perfettamente puliti dagli acuti denti dei loro compagni. Ve n’erano più di tre centinaia.

— Perbacco, disse Morgan, ne abbiamo ammazzato un bel numero.

Passando accanto al fornello improvvisato, O’Connor raccolse la pentola, che, come ben si può immaginare, era stata perfettamente vuotata.

— Avremo dei topi anche nel battello? disse Burthon.

— Sarà senza dubbio zeppo, disse l’ingegnere.

In pochi istanti giunsero al battello e vi saltarono dentro. Un gridìo acuto accolse la loro comparsa e al chiarore delle lampade furon visti branchi di sorci saltare qua e là in mezzo ai viveri, sotto gli attrezzi e perfino entro il fornello.

— Ah briganti! esclamò O’Connor impugnando una scure.

Ve n’erano almeno cento, ma fu tanto accanita la caccia che diedero il marinajo, il meticcio e il