Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. I.djvu/58

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56 capitolo vii.


macchinista che in breve tempo non ne rimase vivo neppur uno.

L’ingegnere data un’occchiata al documento per vedere quale era la via da tenersi diede ordine a Morgan di accendere la macchina.

Mezz’ora dopo il battello si allontanava dalla riva dirigendosi a tutto vapore verso il sud-sudovest, dove, come indicava il documento, trovavasi la continuazione della fiumana.

Come prima, di quando in quando incontravansi dei colonnati giganteschi, per la maggior parte sventrati, forati e così minati alla base da credere che quel negro lago avesse le sue onde come un mare e le sue burrasche. L’acqua, tagliata dall’aguzzo sperone del battello, andava a infrangersi contro quei colossi con un fragore cupo che prolungavasi indefinitamente.

L’ingegnere, che vegliava attentamente a prua per paura di cozzare contro qualche scogliera o contro una di quelle colonne, più volte fece arrestare il battello per scandagliare il fondo, ma le sessanta braccia di corda gli filarono fra le mani senza che la palla toccasse.

— È un piccolo mare, diss’egli. Sessanta braccia sono già qualche cosa.

— Ma da dove viene tutta quest’acqua? chiese Burthon.

— Chi lo sa? Probabilmente dai grandi serbatoi che celansi sotto la crosta terrestre e che formano le sorgenti dei fiumi.

— Zitto! esclamò in quell’istante O’Connor. Si ode del rumore.

L’ingegnere tese gli orecchi abbassandosi verso la superficie del lago. In lontananza s’udiva un cupo fragore prodotto, a quanto sembrava, dal precipitare delle acque.