Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/104

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102 capitolo xxv.


parve un uomo con una lampada di sicurezza nella mano sinistra e una lunga navaja nella destra.

Il suo aspetto incuteva paura. Era di alta statura ma orribilmente scarno, coperto di cenci, con una barba lunga e arruffata e capelli pure lunghissimi. Rugosa aveva la fronte, incavate le gote, un sogghigno diabolico sulle labbra e negli occhi gli balenava un lampo sinistro, quel lampo che si vede balenare negli occhi dei pazzi.

— Carnot! urlò Burthon, slanciandosi verso l’assassino.

Sir John lo fermò.

— Non spetta a noi l’ucciderlo, disse. Credo d’altronde che quello sciagurato sia pazzo.

— Ma quell’uomo può assalirci, signore, disse Morgan.

Carnot infatti si era raccolto su sè stesso e pareva che fosse lì per slanciarsi giù dalla rupe.

D’improvviso si rialzò scagliando lontana la lampada di sicurezza che si spezzò contro il suolo.

Tosto la fiamma si allargò prendendo una tinta azzurrognola.

Sir John mandò un grido di disperazione.

— A terra!... a terrai... s’accende il grisou!

Si precipitò dietro una colonna e con un gesto rapido accostò alle labbra il tubo dell’apparato Rouquayrol.

Era tempo! Un’esplosione formidabile scosse la caverna da una estremità all’altra. Un torrente di fuoco si slanciò con furia irresistibile attraverso le colonne abbattendo le più deboli, disperdendo i monti d’oro e di smeraldi, atterrando e acciecando Morgan, Burthon e O’Connor che non avevano avuto il tempo di seguire l’esempio dell’ingegnere e sparve nelle gallerie sfondando quanti ostacoli incontrava.