Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/107

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il lago titicaca 105


di scottature, i suoi calzoni e la sua giacca abbruciavano. Senza levarsi dalla bocca il tubo che gli forniva l’aria respirabile, si sbarazzò prima di tutto della fiaschetta di polvere che da un istante all’altro poteva scoppiare, poi della giacca e dei calzoni. Ciò fatto girò all’intorno uno sguardo.

Sette od otto colonne giacevano a terra in frantumi; dei massi di carbone, incendiati dal torrente di fuoco, abbruciavano innalzando sempre più la temperatura che l’esplosione aveva già resa ardente; le lampade si erano spente e a dieci passi da lui, l’un accanto all’altro, stavano Burthon, O’Connor e Morgan.

Pallido, col cuore stretto, si avvicinò ai disgraziati compagni. Avevano i volti arsi, gli occhi spenti, le vesti in fiamme. Si chinò sopra di loro; non respiravano più e i loro cuori non battevano più. L’esplosione e l’aria irrespirabile li avevano uccisi.

Un rauco urlo lacerò il petto dell’ingegnere, e quell’energico uomo, forse per la prima volta in vita sua, scoppiò in singhiozzi.

Si inginocchiò accanto agli sventurati e stette alcuni minuti cogli occhi fissi su quegli orribili volti.

Il calore fortissimo che sviluppavano i massi di carbone che continuavano a bruciare lo costrinse ad alzarsi. Rimanere qualche tempo ancora in quel luogo non era prudente. Bisognava che partisse e subito.

Si spinse verso il fondo della caverna per vedere se Carnot era ancora vivo. Il miserabile giaceva fra due enormi massi di carbone accesi, già mezzo arso, irriconoscibile.

Tornò indietro inorridito, si inginocchiò ancora