Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/108

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106 capitolo xxvi.


presso i suoi disgraziati compagni come se sperasse di ritrovare in quei corpi un soffio di vita, poi rinchiuse in una bisaccia le sue note, la sua bussola, alcuni viveri, si munì di una lampada e fuggì inoltrandosi in una galleria che saliva rapidamente.

Corse parecchio tempo come un pazzo, poi si arrestò dinanzi ad un largo crepaccio pel quale entrava un fascio di luce.

Si liberò del tubo di cauciù e aspirò una boccata d’aria fresca, vivificante.

— Dove sono? si chiese. O miei poveri compagni!... Poveri compagni!...

Poi si precipitò verso quel crepaccio, lo attraversò e si trovò su di una rupe tagliata a picco, su una vasta distesa d’acqua azzurrina cinta da colli verdeggianti e da superbe catene d’altissimi monti.

— Dove sono?... Dove sono?... ripetè.

Guardò l’ampia superficie d’acqua, le cui onde venivano a infrangersi contro la rupe con muggiti prolungati. In lontananza, alcune barchette, colle vele sciolte al vento, bordeggiavano; più lontano apparivano dei punti bianchi aggruppati sull’estremità di un’isola che pareva molto grande; e ancor più lontano si vedevano altre isole e dei picchi aguzzi, verdi alla base, giallastri o azzurri verso la metà, bianchi come se fossero coperti di neve, sulla cima.

Degli uccelli giganteschi volavano con incredibile velocità al disopra di quelle acque dirigendosi verso quelle lontane catene di monti.

Guardò la rupe su cui trovavasi. Era poco vasta, alta quindici o venti piedi, ed appoggiata al fianco di una montagna tagliata proprio a picco. Salire la montagna era assolutamente impossibile;