Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/13

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un lago in fiamme 11


Morgan sfondò un barilotto d’acqua, vi inzuppò quattro grosse coperte e le distribuì ai compagni tenendosene una per sè, poi tutti e quattro s’arrampicarono sulla gobba dell’isolotto colla cassetta delle munizioni.

Era tempo. Il lago da una estremità all’altra era coperto di lingue di fuoco le quali illuminavano vivamente l’immenso cono. Era uno spettacolo stupendo, giammai visto ed insieme terribile. Erano mille, diecimila, ventimila vampe che s’alzavano e s’abbassavano colle contrazioni dei serpenti, rosse le une, biancastre o azzurrognole le altre: era insomma un mare di fuoco, un vero inferno. Dense nubi di nerissimo e fetente fumo ondeggiavano sopra tutte quelle vampe e radendo le pareti del cono s’alzavano verso l’apertura mettendo in fuga gli uccelli che mandavano acute strida abbandonando i loro nidi e i loro nati.

Sir John, O’Connor, Burthon e Morgan bene avvolti nelle coperte inzuppate d’acqua e strettamente uniti, contemplavano con ammirazione e terrore quello spettacolo. Non parlavano, ma si stringevano fortemente l’un l’altro le mani, come volessero comunicarsi i loro pensieri, la loro ammirazione, le loro inquietudini, il loro spavento.

A poco a poco il mare di fuoco si dilatò comunicandosi al fiume alimentatore e al fiume di scarico. Un calore spaventevole invase il cono le cui pareti erano scaldate a bianco. Pareva che l’antico vulcano si fosse tutto d’un colpo ridestato e riempito di lave infiammate.

Fortunatamente le fiamme, dopo essersi alzate per più di dodici metri, dopo aver fatto bollire e ribollire le acque del lago, dopo di aver arrostite e affumicate le pareti dell’antico vulcano,