Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/51

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il vulcano 49


spose l’ingegnere. O’Connor dirigi il battello verso quella sponda.

L’irlandese diresse il battello verso la riva accennata arenandolo in un piccolo seno.

L’ingegnere e Morgan si legarono saldamente alle spalle gli apparati Rouquayrol, si ripararono gli occhi con grandi occhiali colle armature di cuoio, si armarono di una spranga di ferro per aiutarsi nelle salite e scesero a terra.

— Morgan, disse l’ingegnere fermandosi. Non hai proprio paura?

— No, signore, rispose il macchinista.

— Andiamo adunque.

Attraversarono un torrente di vecchie lave che correva parallelamente alla costa e cominciarono audacemente l’ascensione della collina sulla cui cima fiammeggiava e ruggiva il vulcano.

La via era aspra. Ora c’erano profondi crepacci, ora pendii rapidissimi e assai difficili a scalarsi, ora rupi gigantesche che bisognava girare o superare con grandi fatiche. L’ingegnere e Morgan però, aiutandosi vicendevolmente, in cinquanta minuti giunsero presso la grande spaccatura dalla quale uscivano masse di fumo e nembi di scintille.

— Facciamo funzionare gli apparati, disse l’ingegnere. Il fumo potrebbe asfissiarci.

Si applicarono alle labbra il tubo di cauciù che chiude anche il naso e si cacciarono coraggiosamente in mezzo al fumo e alle scorie arrestandosi sull’orlo del vulcano.