Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/54

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52 capitolo xix.


Erano là da dieci minuti, tenendosi prudentemente sotto l’arco di quella specie di porta onde non correre il pericolo di ricevere qualche macigno sul cranio, quando la lava repentinamente si alzò fino quasi ai loro piedi, minacciando di riversarsi dall’altra parte del versante e di invadere la gigantesca caverna solcata dal fiume. L’ingegnere trasse violentemente indietro il compagno riparandosi dietro la sporgenza d’una rupe.

Era tempo. Le enormi bolle che si erano formate alla superficie delle lave, alcuni istanti dopo scoppiavano con terribile violenza lanciando una colonna di liquido ardente persino sotto l’apertura poco prima occupata dai due esploratori. La detonazione fu così formidabile che un gigantesco pezzo di cratere cadde con indescrivibile fracasso sollevando immensi sprazzi di lava, e la spinta dell’aria fu tale che l’ingegnere e il macchinista furono violentemente gettati a terra.

Dopo quell’esplosione la superficie liquida tornò subito ad abbassarsi, ma pochi minuti dopo radeva ancora l’orlo dell’apertura, anzi alcuni sprazzi la superarono correndo precipitosamente giù pel colle.

Sir John, temendo una improvvisa irruzione dell’ardente liquido e avendo ormai appagata la sua curiosità, discese a rapidi passi il pendio seguito dal macchinista.

In lontananza, rischiarati dalle fiamme del vulcano, si vedevano, presso il battello, Burthon e O’Connor che agitavano vivamente i loro fazzoletti, come per invitare i compagni a raggiungerli presto. Senza dubbio, udendo quei tremendi scoppi temevano che le vôlte della gran caverna, che di quando in quando lasciavano cadere molti frammenti di rupi, da un istante all’altro crollassero.